MATERIALI ON LINE / DIVERSAMENTE PATRIOTTICI

Madorbo, 2 giugno 2011.
Festa popolare per il 65° anniversario della Repubblica.
Trascrizione del discorso ufficiale di Livio Vanzetto.

DIVERSAMENTE PATRIOTTICI.

Sessantacinque anni di repubblica e centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia: ricorrenze e temi importanti, impegnativi, da cerimonia ufficiale.

Ho chiesto a Simone Menegaldo, quando mi ha invitato a intervenire in questa festa popolare - un evento che, giustamente, tende più all’intrattenimento e alla scampagnata conviviale che all’approfondimento storico-politico - se fosse il caso di inserire anche una relazione storica accanto allo spiedo e alla musica.
Simone mi ha convinto con una battuta di quattro parole: “El discorso el ghe vol”. Una risposta analoga a quella fornitami anni fa da un gruppo di alpini che mi avevano chiamato a parlare nel corso di un loro raduno, tra un bicchiere di prosecco e un coro alpino: “el discorso el ghe vol – mi avevano detto - come a predica a Messa, senò a xè na Messa feriae”.
Se el ghe vol, el ghe vol. E allora ho accettato. Cercherò almeno di non dilungarmi troppo, mezz’oretta al massimo.

Comincio con una domanda, apparentemente giocosa: perché questo incontro proprio qui, a Madorbo, 57 abitanti, nel cuore del profondo Veneto popolare ex contadino?
Non ne so molto di Madorbo, ma nel manifesto stampato per questa giornata si suggerisce che Madorbo sia una contrazione di Medium Urbis: Madorbo sarebbe ciò che rimane di un antico e importante centro che stava a metà strada - “medium”, appunto- tra Treviso e Oderzo.
Per la verità Medium Urbis farebbe Madurbo. E invece è Madorbo e cioè, suggestivamente, la contrazione di Medium Orbis, e cioè l'ombelico del mondo.
Madorbo non sarebbe certo l’unico paese del Veneto a fregiarsi dell’appellativo di bonigolo del mondo, come si dice in dialetto: una menda un poco ironica, ma sostanzialmente inconfutabile; in una sfera quale è il nostro pianeta qualsiasi punto è il centro del mondo e quindi anche Madorbo.

E questa sarebbe già una buona ragione per ritrovarci qui, oggi. Certo, qualcuno potrebbe prosaicamente ricordarci, con qualche supporto documentario, che in realtà Madorbo deriva da “mal orbo” e cioè dal fatto che quest’area era un tempo infestata dalle malattie.
In realtà, la vera ragione per cui siamo qui è che a Madorbo vive e opera Simone Menegaldo. Lo conoscete tutti, è giovane, ha 26 anni. E come tanti giovani della sua generazione non trova lavoro; per di più è laureato in Storia, figuriamoci.... Ma non per questo si piange addosso.

Lo dico sempre, da anni, ogni volta che mi si presenta l’occasione: per il futuro di un paese come l’Italia, un paio di generazioni di giovani costretti ai margini della società rappresentano un’ipoteca gravissima, che potrebbe trasformarsi in una vera e propria condanna alla decadenza se quei giovani assumessero un atteggiamento rassegnato e rinunciatario.
Simone non lo ha fatto, si è dato da fare. Scrive libri di storia locale, svolge attività di organizzazione culturale volontaria, è diventato in poco tempo un punto di riferimento obbligato per tante iniziative locali: non si rassegna, fa politica nel senso più proprio del termine, al di fuori e al di là dei partiti. E non è l’unico, per nostra fortuna: esistono tanti giovani che non hanno rinunciato a battersi per il proprio futuro. Quelli della mia generazione, purtroppo, possono offrire solo il loro sostegno morale, o poco più; ed è triste doverlo ammettere proprio in una giornata come questa, che dovrebbe essere la festa più autentica e sentita dei nuovi italiani.

I patrioti che 150 anni fa fecero l’Italia avevano più o meno l’età di Simone: trovarono un ideale e si batterono per il loro ideale. E lo stesso fecero i giovani ventenni della Resistenza: si impegnarono per un ideale.
Non è retorica, questa.
Battersi per un ideale non significa rincorrere astratte chimere; significa invece, molto più concretamente, cercare di migliorare la vita di tutti perché anche la propria vita possa migliorare, significa impegnarsi per assicurare a se stessi e a tutti uno spazio nella società di domani: il diritto al lavoro, alla dignità, al rispetto della propria soggettività; il diritto a non essere governati dalla parte peggiore della classe dirigente e cioè da quel ceto dominante corrotto, lercio e impresentabile che ben conosciamo.

Ecco: io credo che, per i giovani d’oggi, essere patrioti significhi semplicemente continuare a sperare e a battersi, nonostante tutto, per un futuro migliore. Non si ama la Patria in astratto o in maniera fideistica. La si ama operando per il bene comune: il bene della propria comunità locale, certo; il bene della comunità nazionale, anche; ma soprattutto, in prospettiva, il bene di tutto il pianeta: “Uomini di buona volontà di tutto il mondo unitevi”, potremmo dire parafrasando un vecchio slogan proletario. Perché appare ormai sempre più evidente che ogni confine, localistico o nazionalistico che sia, si presenta oggi come anacronistico e improponibile. Sotto questo profilo, non possiamo ragionare, ormai, che in termini planetari: ce lo ricordano tutti i giorni i migranti che premono alle nostre frontiere.

Mi fa piacere poter dire queste cose proprio qui, a Madorbo, quel “medium orbis” che, se così fosse, sarebbe il prototipo millenario dei tanti “bonigoli del mondo” sparsi nel profondo Veneto; un profondo Veneto popolare, al quale anch’io appartengo per nascita, tante volte tradito e umiliato, ma ancora ricco di risorse morali, di valori, di solidarietà umana; dal quale mi aspetto e mi auguro possa partire la riscossa.

Fatte queste premesse, possiamo ora parlare più serenamente della ricorrenza odierna, il 2 giugno festa della Repubblica. Qualche informazione storica può essere utile per la riflessione.
La festa della Repubblica fu celebrata per la prima volta il 2 giugno 1948, a ricordo del referendum istituzionale di due anni prima. Continuò poi a svolgersi, per la verità abbastanza in sordina, fino al 1977 quando, nell’indifferenza generale, fu di fatto abolita o perlomeno molto ridimensionata.
Fu ripristinata in tutta la sua solennità nel 2001, su impulso del presidente della repubblica Ciampi che così si espresse: “Desidero che questa festa diventi per gli italiani come il 14 luglio per i francesi o il 4 luglio per gli americani”.

Una festa popolare, quella auspicata da Ciampi. Esattamente come la nostra, qui oggi a Madorbo; un caso piuttosto inconsueto per l’Italia, a differenza ad esempio della Francia dove il 14 luglio, appunto, si festeggia e si balla in tutte le piazze, anche nei più sperduti villaggi.
Il ripristino della festa del 2 giugno da parte di un presidente come Ciampi non è stato casuale, ma rientrava perfettamente – assieme al culto del Tricolore e dell’Inno di Mameli –nel suo ambizioso progetto di pedagogia civile; una pedagogia finalizzata a creare per gli Italiani una memoria “condivisa” sulla base della quale rifondare il senso della Patria e dell’identità nazionale.
Forse l’abbiamo dimenticato o rimosso: Patria era un termine che non faceva parte del lessico politico della Sinistra ancora negli anni novanta. Ce l’ha ricordato, tra gli altri, lo storico Gian Enrico Rusconi: “Ricordo ancora il sarcasmo con cui non molti anni fa il codice patriottico era accolto negli ambienti colti e intellettuali”, specie di sinistra.

Carlo Azeglio Ciampi era certamente l’uomo giusto per questo tentativo di pedagogia civile fondata sulla memoria. Uomo giusto perché, fin dal nome di battesimo, “ultimo uomo del Risorgimento”, ultimo esponente di quell’Italia borghese migliore riformista e laica, sempre minoritaria, che di volta in volta è stata mazziniana, repubblicana, azionista, che non ha mai disgiunto la politica dall’etica e ha cercato sempre di anteporre il bene comune all’interesse particolare.
Alla fine del suo mandato, Ciampi aveva l’impressione di essere riuscito nell’impresa di restituire una Patria agli Italiani. Nel messaggio di fine anno del 2005 pronunciò queste parole: “La Storia non divide più gli italiani […] stiamo ritrovando le ragioni profonde di una memoria condivisa. Durante i miei viaggi attraverso l’Italia mi sono reso conto di quanto l’Italia sia veramente una Nazione […] vi è un comune sentire del quale bisogna essere fieri”:

Purtroppo questa impressione incoraggiante di Ciampi era solo un’illusione; negli anni successivi, egli stesso fu costretto a ricredersi fino ad ammettere, in un’intervista a “Repubblica” di un anno fa, che la sua azione di pedagogia repubblicana era servita a poco o a nulla. Ce lo conferma anche lo storico Giovanni De Luna che ha introdotto il suo ultimo libro - La Repubblica del dolore, Feltrinelli 2011 – con questa sconsolata considerazione: “Dopo la crisi della prima repubblica occorreva reinventare un’identità nazionale […] Vent’anni dopo prendiamo atto di un vero fallimento”.

Almeno un risultato, però, l’azione di Ciampi lo ha prodotto. La parola Patria viene oggi usata senza imbarazzo – certo, complice la Lega, con le sue pulsioni separatiste - anche negli ambienti della sinistra di ascendenza – diciamo così – marxista (per distinguerla dall’altra sinistra, quella di ascendenza risorgimental-mazziniana che l’idea di patria l’ha sempre coltivata).
E però Patria resta parola ambigua, usata e abusata: qualche distinzione e qualche precisazione val la pena di proporla in questa giornata che non è solo Festa della Repubblica ma anche occasione di celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

Di recente, lo storico del risorgimento Alberto Mario Banti ha pubblicato un libro - La Nazione italiana dal Risorgimento al fascismo, ed. Laterza – in cui mostra come gran parte delle parole d’ordine – miti, allegorie, figure rettoriche…- presenti nell’immaginario risorgimentale siano state fatte proprie e riproposte senza contraddizioni dal fascismo. Banti sostiene che la continuità - contiguità tra retorica risorgimentale e retorica fascista non è casuale o forzata, ma è invece la logica conseguenza del fatto che Risorgimento e fascismo avevano almeno un pilastro culturale in comune e cioè la “concezione genealogica e biopolitica della Nazione”, l’idea che si appartiene alla comunità nazionale per nascita, per legame di sangue e non per libera scelta.

Certo, la concezione genealogica” della Nazione è stata radicalizzata dal fascismo fino all’infamia delle leggi razziali, ma indubbiamente le sue radici affondano proprio nell’humus risorgimentale.
Va riconosciuto che il nazionalismo ottocentesco ha potuto evolvere, nel corso del Novecento, in forme non solo totalitarie ma anche democratiche; e Ciampi, con la sua azione pedagogica, era saldamente ancorato alla tradizione democratica. Ma non tutti sono come Ciampi. E del resto – lo sappiamo – non furono pochi, tanto per fare un esempio, gli interventisti democratici che, dopo la prima guerra mondiale, trovarono naturale confluire nel fascismo.
Il rischio segnalato da Banti effettivamente esiste e diventa ancor più insidioso in tempi di globalizzazione come quelli che stiamo attraversando. E allora, per quanto mi riguarda, preferisco considerare il patriottismo risorgimentale come un fatto sì importante e meritorio (perché ha portato all’Unità e l’unità è sempre un valore); ma in ogni caso un fatto che ha esaurito la sua funzione storica nel corso dell’Ottocento e che ha ben poco da dire al nostro presente, caratterizzato dall’emergere di processi sempre più evidenti di integrazione culturale, sociale, economica a livello europeo e mondiale.
Ciononostante patria e patriottismo non sono ferri vecchi da buttare: io stesso ho usato questi termini nella prima parte del mio intervento con convinzione e anche con una certa enfasi.

E allora?
Il presidente Giorgio Napolitano si è espresso di recente in questi termini: “ La Costituzione repubblicana rappresenta una risorsa grande e vitale. Non c’è terreno comune migliore di quello di un autentico profondo operante patriottismo costituzionale. E’ questa una nuova, moderna forma di patriottismo nel quale far vivere il patto che ci lega: il nostro patto di Unità Nazionale nella libertà e nella democrazia”.
Il presidente Napolitano, dunque, mette al centro di questo suo importante discorso una nuova forma di patriottismo: il patriottismo costituzionale, capace di inglobare e superare il vecchio patriottismo nazionale ottocentesco.

Il patriottismo costituzionale è quello di un popolo che si sente unito non solo e non tanto da vincoli storico-culturali ed etnici, ma soprattutto dai principi e dai valori fissati nella sua Costituzione: ci sentiamo italiani perché ci riconosciamo nella Costituzione e non per ambigue ragioni di “terra e sangue”.
Secondo lo storico tedesco Habermas, il patriottismo costituzionale è l’unico patriottismo possibile per paesi come quelli europei che da un lato intendono superare le vecchie contrapposizioni nazionalistiche e dall’altro si ritrovano ad affrontare i problemi connessi all’immigrazione extracomunitaria.

In ogni caso, a me sembra questa l’unica strada praticabile per raggiungere quello che era stato l’obiettivo di Ciampi e cioè la costruzione di una memoria pubblica condivisa sulla base della quale rifondare il senso di appartenenza nazionale degli italiani.
Il tentativo di Ciampi è fallito perché non si può, in regime democratico, imporre a tutti, senza discussioni e accordi preventivi, una memoria come quella risorgimentale che è di parte e per di più di una parte molto ristretta della popolazione. In regime democratico, la memoria pubblica non può essere costruita che sulla base di un patto tra le forze sociali con il quale accordarsi su cosa valorizzare e cosa rimuovere del passato.
In effetti, non c’era stata- e difficilmente avrebbe potuto esserci - alcuna pattuizione preventiva tra le forze sociali per l’accettazione e la condivisione della memoria risorgimentale.

Un patto sociale potrebbe invece essere stipulato – e potrebbe anche funzionare - per quanto riguarda la memoria del 2 giugno 1946: un’esperienza che coinvolse positivamente, a differenza del Risorgimento, la stragrande maggioranza degli italiani.
Il 2 giugno 1946 – spesso non lo si sottolinea abbastanza – non si svolse solo il referendum monarchia-repubblica. Si svolsero anche, per la prima volta a suffragio universale maschile e femminile, le elezioni per l’Assemblea Costituente; quell’assemblea costituente che, nei due anni successivi, avrebbe prodotto e approvato a larghissima maggioranza il testo della Costituzione repubblicana.

E’ su questi fatti - lo ribadisco - che si può e si deve costruire (e lo stiamo facendo anche qui oggi ) una nuova memoria pubblica condivisa capace di sorreggere un patriottismo fondato non più sul sangue e sulla contrapposizione etnica, ma sui valori democratici della nostra Costituzione; una Costituzione che, oltretutto, è anche il risultato storico delle nostre migliori tradizioni culturali, come Ciampi amava ripetere.

In questa ricorrenza del 2 giugno, mi piace pensare che, in un futuro non troppo lontano, si potrà diventare cittadini italiani non per diritto di sangue – com’è ancor oggi – ma sulla base di una libera scelta individuale, da esprimersi in forma solenne e sacrale con il rito civile del giuramento di fedeltà alla Costituzione.

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