ARCHIVIO SCRITTI

Materiali per Il giorno della memoria 2004

CARLO AZEGLIO CIAMPI

La repubblica - La memoria – 17-10-2003
Il dovere di ricordare gli orrori del passato

Questo è il discorso pronunciato ieri dal presidente della Repubblica nel Ghetto ebraico di Roma, nel giorno dell’ anniversario della cattura  degli ebrei di Roma avvenuta il 16 ottobre 1943 da parte del regime fascista e nazista che occupavano l’Italia.

  La memoria dell' Olocausto deve essere tenuta viva, perché la storia che si dimentica si ripete. Questo è il significato del "Giorno della memoria": ricordare gli orrori del passato, affinché non possano ripetersi. Ricordare vuol dire ricordare tutto. Non solo l' atrocità nazista, l' inganno del riscatto mediante la consegna dell' oro, la razzia degli ebrei nel Ghetto, la deportazione di loro, come di tanti altri ebrei italiani - oltre ottomila - nei campi di sterminio. Quasi tutti loro finirono nelle camere a gas. Dei 2.091 ebrei romani catturati quella tragica alba, solo quindici tornarono. Vuol dire ricordare anche la parte che ebbero le disumane leggi razziali come premessa e fondamento del "Patto d' Acciaio" fra l' Italia fascista e la Germania nazista, che precipitò l' Italia nel disastro della guerra e costò la vita a tanti nostri compatrioti e distruzioni gravi a tutto il Paese. E vuol dire ricordare che tutto questo nacque da un regime dittatoriale, che aveva cancellato ogni libertà e perseguitato coloro che si erano opposti alla dittatura. Ricordiamo anche, ed è importante, le migliaia e decine di migliaia di italiani, civili e religiosi, che aiutarono tanti ebrei a nascondersi e a salvarsi, come aiutarono a salvarsi i militari che rifiutarono di presentarsi alla chiamata di Salò, gli antifascisti fuggiaschi, la Resistenza armata. Ci fu la persecuzione, ma ci furono anche i Giusti, ci fu un grandioso plebiscito per la libertà, che salvò l' anima e la dignità del popolo italiano. Elio Toaff non fu soltanto un rabbino perseguitato, fu anche un combattente della Resistenza. Toaff è uno dei due amici ebrei livornesi che mi sono qui vicini; l' altro, Beniamino Sadun, condivise con me, ambedue fuggiaschi nelle montagne abruzzesi, i lunghi mesi dell' autunno-inverno ' 43-44, protetto come me dall' umanità della gente. Ricordiamo i Giusti. Ma non dimentichiamo la Shoah, e prima la libertà perduta, e poi la lotta per riconquistarla, che arriva fino alle elezioni libere e alla Costituzione Repubblicana, la stella polare dell' Italia democratica.

Dott. PAOLO RUGGERO JENNA

  All’inizio del terzo millennio lo Stato italiano istituì, con voto presso che unanime del Parlamento, la Giornata della Memoria del 27 gennaio, anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa. Da allora abbiamo assistito ad  una  moltiplicazione di giornate commemorative, dedicate al ricordo dei molti avvenimenti luttuosi della storia patria. Il notiziario della Lega Navale, preannuncia una “Giornata della Memoria” della Marina Militare. L’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci stabilisce una sua data per commemorare i 150.000 soldati italiani dell’ARMIR che non fecero ritorno dal fronte russo.. Viene celebrato l’anniversario della caduta del muro di Berlino quale giornata di lutto per quanti subirono le malefatte del comunismo. Il Presidente della regione Lazio fissa alcune giornate commemorative dell’esodo dei nostri connazionali d’Istria e Dalmazia e di quanti vennero assassinati nelle foibe carsiche. Una giornata viene dedicata alle vittime civili dei bombardamenti Alleati.Non continuo nell’elencazione delle numerose ricorrenze, che sarebbe lunga, per dichiarare che considero più che giusto ricordare tutti i sacrifici connessi all’immane tragedia che sconvolse l’Italia e il mondo nel secolo appena tramontato, e che vide il nostro Paese tra i principali protagonisti nella duplice veste di aggressore e di vittima. Non sembra però inutile chiarire su queste pagine, le ragioni che rendono impossibile per ora un unico Giorno della Rimembranza italiano e sino a qual punto sia giustificata o necessaria la  molteplicità di celebrazioni. 

E’ ovvio che non si tratta di questione meramente cerimoniale. Essa merita approfondita riflessione in quanto è indice del disagio di una società ancora attraversata da profonde fratture causate da lontane vicende. Una società dove il legittimo dibattito storiografico, ad esempio sul consenso al fascismo negli anni dell’impero, oppure sulla portata operativa della Resistenza, risulta spesso inquinato da  pregiudiziali che scaturiscono dalla lotta politica contingente. Nefaste perché consentono all’elemento spurio di politicanti di falsare l’obiettività della ricerca storica. Detto per inciso, sottacendo il generalizzato consenso al fascismo degli anni trenta, ci siamo deresponsabilizzati come popolo. Occultando le responsabilità italiane nelle persecuzioni e la complicità nello sterminio antiebraico, si è perpetuato l’equivoco che vuole gli italiani unicamente testimoni di un fenomeno, magari gravissimo, ma voluto e messo in atto da altri. Celebrando oltre misura la partecipazione popolare e la portata militare della Resistenza, si è ottenuto spesso l’effetto opposto,  di saturare di retorica  le menti immemori delle giovani generazioni, offuscando la stella polare della nostra Repubblica: il valore etico assoluto della resistenza al fascismo ed al nazismo.

Aggressori e vittime: questa discrasia, questa duplice veste di fascisti prima e di resistenti poi, che sta alla base della storia italiana nel ventesimo secolo e che la polemica ideologica e partitica spesso riveste di  retorica e di ambiguità, continua a riverberare sul nostro sentimento civico, impedendo di ritrovarci uniti come popolo, pur nella prospettiva di una più vasta identità europea, attorno ad una memoria comune, a un comune sentire, ad un ricordo da tutti dolorosamente condiviso. E’ l’onda lunga di questa discrasia che ostacola il lutto collettivo degli italiani, a quasi sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Né si intravede alcuna possibilità di composizione per la radicale dissociazione della storia patria. Non aiutano certo le battute da trivio di alcuni spregiudicati uomini politici, ma neppure servono a molto le buone intenzioni di altri, più avveduti, che però parlano troppo ex cathedra, riluttanti ad affrontare in termini espliciti la nostra perdurante peculiare incapacità di ricordare e quindi di stare insieme.

Per sciogliere il difficile nodo non basta un tripudio di bandiere tricolori. Anche perché i nodi che stringono la nostra storia sono molteplici. Oltre alla duplice veste, di alleato e di nemico,  con la quale l’Italia si presentò alla Conferenza della Pace nell’immediato dopo guerra, c’è la diversa vicenda del Nord che per un anno e mezzo fu occupato dai tedeschi da quella del Sud, che l’8 settembre trovò in gran parte già liberato. La fondamentale contraddizione, quella di un popolo che ha inventato il fascismo, esportandone la radicale eversione della democrazia in tutto il mondo e che poi, sperimentatane la distruttività, ha cercato il riscatto nella Resistenza, ne ha generato altre. La divisione tra progressisti / riformisti e conservatori è connaturata ad ogni democrazia. Soltanto nella nostra  però in aggiunta, una vasta parte della popolazione fu per anni indotta a credere nella palingenesi comunista, così come prima nella palingenesi fascista della società.  

Si dice che la Patria morì l’8 settembre del ’43. Certamente il ricordo dell’ignominiosa fuga della monarchia e delle alte gerarchie, che imbarcandosi a Pescara, abbandonando il Paese in balìa dell’invasore nazista non salvarono nulla dell’antica sovranità, avvilisce e induce a dubitare d’una sua continuità. A mio parere se morte vi fu, essa non avvenne per un evento traumatico, bensì mediante una lenta agonia, iniziata con la Marcia su Roma e conclusasi con la guerra. Ma, se la Patria continua ad esistere,  rattrista la riluttanza di porvi alla base gli ideali che furono propri di chi si rivoltò contro un regime dispotico prima, criminale poi, che siano riconosciuti ed accettati senza ambiguità anche dai discendenti da chi, magari in buona fede, continuava  a credere nell’Italia fascista nonostante fosse oramai palese  l’abominio in cui Mussolini l’aveva trascinata. Rattrista l’inesistenza d’un lutto nazionale, che comprenda e che spieghi, che aiuti le giovani generazioni a ricostruire quel senso civico che è andato distrutto e di cui il Paese avrebbe estremo bisogno. Un lutto collettivo sottratto a quegli ideologi e  politici, cui non interessa affatto la ricerca della verità, ma soltanto la delegittimazione dell’avversario, contribuendo con ciò a distruggere il senso d’appartenenza, disintegrando una Memoria che ciascuno stiracchia dalla propria parte come una coperta troppo corta.  

Le celebrazioni settoriali che elencavo all’inizio, subiscono inevitabilmente la carica dirompente delle nostre contraddizioni. L’ennesimo episodio negativo si è verificato recentemente a Marghera, dove la giunta di centro sinistra, che ha intitolato un piazzale ai martiri delle foibe, s’è vista da un lato applaudire dalle destre, dall’altro violentemente contestare dalle stesse sinistre, che hanno insultato il pro sindaco, dandogli del fascista, spingendolo alle dimissioni. Perdura la difficoltà ad accettare verità scomode, non in linea con la propria vulgata. Ad esempio che l’esercito italiano  certamente entrò in Jugoslavia da invasore rendendosi protagonista di episodi di violenza e rappresaglia, ma che d’altra parte, in molti casi  cercò di alleviare le sofferenze dei civili,  proteggendo  non pochi ebrei dalla ferocia dei nazisti di Hitler e di Ante Pavelic. Persistono difficoltà a concordare che nelle foibe finirono sicuramente alcuni colpevoli, che avrebbero dovuto venire processati e non eliminati da soldataglia e scalmanati, ma anche centinaia e centinaia, forse migliaia, di chi non aveva altra colpa che quella d’essere italiano. Mi chiedo e Vi chiedo: perché mai il loro ricordo e quello dei 350.000 esuli d’Istria e Dalmazia, che fuggivano dalla minaccia di pulizia etnica, debbono far parte d’una storia “altra”?

Quest’estate, di passaggio a Cefalonia, io e mia moglie abbiamo visitato il memoriale della Divisione Acqui ad Argostoli, depositando la nostra pietra tra i fiori di alcuni  turisti italiani. Ma mi chiedo e Vi chiedo, quale dev’essere il nostro atteggiamento, al di là d’una generica pietas che spetta a tutti i defunti, verso  quei soldati che non presero le armi contro i tedeschi come invece fecero nelle isole greche? E’ da condividere  il ragionamento di quel Presidente della Repubblica, che fu peraltro molto amato, che si rifiutò di onorare con la sua presenza il monumento ai caduti di El Alamein?. Certo che combattevano dalla parte sbagliata, ma e con questo?  Quanti vennero indotti da una propaganda capziosa, da un malinteso senso dell’onore  a sacrificarsi, non compiendo alcun crimine contro l’umanità, quanti e furono i più, pagarono con la giovane vita le conseguenze di ordini sbagliati facendo semplicemente il loro dovere di soldati, debbono considerarsi reprobi per non aver saputo resistere al fascismo disertando? Non fanno anch’essi parte d’un’unica tragedia italiana? 

E’ difficile dare risposte semplici a queste domande. Anche perché nella storia di tutte le famiglie italiane esistono contraddizioni che, se non coperte da un colpevole oblio, provocano ancora sofferenza. C’è il ricordo di tutti quei soldati, e furono centinaia di migliaia, che non seppero opporsi all’invasore tedesco, ma che poi preferirono affrontare le lugubri conseguenze di una dura prigionia piuttosto che arruolarsi nelle file di Salò. Ci sono le vittime civili dei bombardamenti e del passaggio del fronte, e ci sono coloro che furono travolti dagli eccessi d’ira dell’immediato dopoguerra. C’è, importantissima per un paese che inventò il fascismo e che poi espresse il maggiore partito comunista dell’Occidente, la questione irrisolta delle componenti del totalitarismo: possono essere equiparati sotto quest’unica etichetta fascismo, nazismo e bolscevismo? I gulag furono luoghi orrendi di feroce sadismo, ma per quanto ne so non vi vennero mandati bambini per essere sterminati ed in ultima furono liberati da un, seppure anomalo, comunista. Comunque io non posso dimenticare né il colpo mortale inferto a Hitler a Stalingrado, né che i cancelli di Auschwitz vennero abbattuti dall’Armata Sovietica. 

Sarebbe necessario comporre tutto in un unico quadro per finalmente indirizzare la nostra vita nazionale sulla strada  di una  democrazia matura, ma ciò è molto difficile,  poiché si rischia di trasformare la storia d’Italia in  un calderone dove si mischiano i Partigiani con i “Ragazzi di Salò”,  i deportati a Goli Otok e i cittadini ebrei finiti nei campi di sterminio, l’insurrezione popolare ad un giorno dall’arrivo delle truppe Alleate con il carcere e le sevizie subite per anni dai  dissidenti ed in ultima dai Partigiani. Calderone nel quale ribolle un minestrone dove tutto si confonde e che non soddisfa. Infatti ciascuno prende il proprio ingrediente e se lo riporta a casa sua. Fuori dall’involontariamente irrispettosa  metafora, ciascuno si costruisce la propria memoria con una propria etichetta ideologica e spesso purtroppo, con i propri più o meno confessabili fini di tattica politica. 

Eppure esiste un luogo che riassume tutte le nefandezze del ventesimo secolo e che ognuno dovrebbe ricordare quale topos dell’eversione assoluta della Civiltà. In quanto tale, comune denominatore di ogni riflessione sulle tragedie che hanno funestato e che purtroppo ancora travagliano l’umanità. Un luogo che ci consente di ricondurre tutto  ad un comune sentire, poiché la malvagità che originò Auschwitz  non si annida soltanto nell’animo di mostri, ma è una mostruosità potenzialmente presente dappertutto, cui tutti avrebbero il dovere di ribellarsi. 

Molti si rifiutano di riconoscere alla Shoàh questa rappresentatività. Per quale motivo, chiedono, si dovrebbe dare agli ebrei anche questa priorità: d’essere il simbolo di tutte le vittime? L’ovvia risposta è che purtroppo lo sono. Al punto che quando, per la prima volta dopo Bar Kochbà, per la prima volta in 2000 anni  prendono le armi per difendersi, vengono aspramente redarguiti e vivamente esortati a continuare nel loro ruolo tradizionale. Gli ebrei avrebbero rinunciato volentieri anche a questo maggiorascato, ma le cose sono purtroppo andate così. Non si è mai data alcuna nefandezza maggiore della Shoàh. Non tanto per il numero, né per la qualità di chi ci è andato di mezzo, ma  per il come ed il perché e per l’onda lunga dei millenni che ha travolto gli ebrei nel bel mezzo della stessa civiltà europea cui essi  avevano dato grandissimo impulso, civiltà che ha ricevuto da loro anche questo ultimo tragico insegnamento. 

Chi non accetta o non comprende questo si astenga dall’omaggiare le vittime delle Fosse Ardeatine o dei campi di sterminio. Chi invece capisce, accerti ed accetti la valenza profonda del 27 gennaio anche per i trucidati delle foibe, per i soldati mandati a morire ad El Alamein, e a ben vedere anche per i comunisti di Monfalcone torturati ed uccisi da altri comunisti a Goli Otok. 

Sotto questo profilo l’enunciato della legge 211/2000 è sicuramente carente. Essa andrebbe riformulata, ma allo stato attuale non si vede come poter dare veste giuridica ad un’istanza così concettualmente complessa. E’ troppo presto perché tutti gli italiani di buona volontà si riconoscano accomunati in occasione del 27 gennaio.  Ma sino a quando questo non avverrà, sino a quando, invece di ragionare, una parte risponderà con squilli di tromba alle campane di parte avversa, il nostro Paese continuerà ad assomigliare, tanto per restare in clima fiorentino, " ... a quell’inferma/ Che non sa trovar posa in sulle piume /  Ma con dar volta suo dolore scherma.”. 

Dott. Paolo Ruggero Jenna. Vicepresidente Ass. Figli della Shoàh.

Via Volta 45 , 37022 Fumane (VR)
Tel.: 045 / 7701053 - Fax: 045 / 8350448 Tel. Uff. : 045 / 8340138
e-mail: paolo@residenceadige.it